VIVISEZIONE: tutto quello che devi sapere!

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VIVISEZIONE: tutto quello che devi sapere!

Messaggio  Admin il Lun Mag 03, 2010 8:39 pm

Cos’è la vivisezione? Se ne sente molto parlare ma in pochi sanno davvero in cosa consista. Per vivisezione si intende un esperimento in cui vengono impiegati animali; in particolare, ogni anno nel mondo vengono coinvolti in questa pratica circa 300 milioni di animali, di cui un milione solo in Italia (Gazzetta Ufficiale), anche se in realtà è molto difficile stimare il numero preciso, poiché raramente vengono dichiarati numeri rispondenti a verità. Ogni anno centinaia di milioni di animali vengono uccisi durante esperimenti di vivisezione; fisiologia, patologia, genetica, farmacologia, tossicologia, chirurgia, psicologia, sono soltanto i principali campi in cui si compiono esperimenti di vivisezione. Sugli animali vengono inoltre testati pesticidi, cosmetici, armi chimiche (ovvero anche sostanze che non servono al progresso scientifico). In poche parole, tutto ciò che può essere considerato potenzialmente “tossico” per l’uomo, deve prima essere valutato, per legge, sull’animale. Tutto ciò, che a prima vista potrebbe rassicurare, è in realtà, oltre che opinabile, profondamente contrario ad al “metodo scientifico” poiché gli animali non si ammalano delle stesse patologie di cui si ammalano gli esseri umani, ed è quindi molto difficile valutare la guarigione grazie ad un farmaco da una patologia che nel soggetto testato non esiste!). Gli animali, inoltre, hanno conformazioni biologiche, genetiche e biochimiche, (oltre che anatomiche e fisiologiche) completamente diverse dalle nostre; ciò non vale poi solo tra umani ed animali, ma anche tra animali ed altri animali di diverse specie, nonché tra animali della stessa specie se trattati in modo diverso (grandezza ed affollamento delle gabbie, tipo di cibo somministrato, condizioni di luce e di temperatura, etc. Ciò implica che i risultati possono anche variare da laboratorio a laboratorio e non sono perciò validi dal punto di vista scientifico, poiché la scienza professa che un risultato, per ritenersi appunto “scientifico” debba ripetersi uguale a se stesso in ogni contesto ed indipendentemente dall’operatore che esegue l’esperimento). Basterebbe allora uno di questi elementi per suscitare l’amara osservazione che, se si è a conoscenza di come reagiscono i vari animali e di quanto influisce il condizionamento nelle varie situazioni sulle loro strutture biologiche, è possibile “controllare” e gestire i “futuri” risultati degli esperimenti … bisogna solo decidere a quali animali sottoporre la sostanza ed in quali condizioni per ottenere i risultati “sperati” in modo perfettamente legale, registrando risultati che rendono la sostanza più o meno “innocua” a seconda delle necessità (che sia questo uno dei motivi per cui, nonostante i vivisezionisti stessi da molto tempo professino l’inutilità degli esperimenti sugli animali, questi non accennano ad essere sostituiti con meccanismi più umani, etici ed efficaci?). Ma, a questo punto sorge un interrogativo.. se gli animali non si ammalano delle stesse malattie dell’uomo e non riproducono le stesse condizioni, allora come si fa a studiare gli effetti dei farmaci su queste? Molto semplice, le “condizioni” si creano in laboratorio! Ad esempio, per creare gemelli siamesi si usa la parabiosi, ovvero due o più animali vengono cuciti insieme et voilà i gemelli desiderati!.. e per creare malattie, deficit, problematiche cutanee, epilessia, e qualsiasi altro problema desiderato, gli animali vengono torturati con strumenti che li schiacciano, centrifugano, grattano, tolgono la pelle, danno la scossa, escoriano eccetera, risparmiando al lettore i trattamenti più cruenti. L’anestesia poi non viene quasi mai praticata (costa!) e quando viene fatta, spesso dura solo una parte dell’esperimento, (grazie al cielo gli animali non possono parlare e ci sono mezzi molto più efficaci e “manuali” per farli tacere come museruole, il taglio della lingua e via dicendo), inoltre, gli animali sono tenuti in stanze prive di finestre o alloggiati in gabbie di dimensioni molto ridotte e con grate metalliche sul fondo al fine di facilitarne le pulizie. Una delle prove più comuni per verificare il grado di tossicità di un farmaco è quella del famoso test LD 50 (Dose Letale 50%), talmente diffuso (obbligatorio per legge) che non esiste prodotto potenzialmente tossico in commercio (vedi anche detersivi e soventi) che non esponga il suo valore sull’etichetta. Per ogni prova vengono utilizzati 50/60 animali a cui viene introdotta a forza nello stomaco la sostanza per verificare quanta ne occorra per uccidere la metà delle povere bestie (di qui l’espressione “50%”). Questa sostanza può anche essere fatta inalare sotto forma di gas: in questo caso si parla di LC50 (concentrazione letale 50%). Gli animali vengono lasciati soffrire anche 2 settimane per vedere quanti di loro muoiono mentre le sostanze provocano loro vomito, diarrea, sanguinamento dagli occhi o dalla bocca, spasmi, convulsioni, soffocamento. Perché questo test? Con questo sistema si cerca, basandosi sul peso corporeo, di determinare la dose ottimale sicura per l’uomo; peccato che ormai da molto tempo (l’LD50 è un test del 1927, ed usiamo ancora lo stesso, alla faccia del progresso scientifico!) gli stessi studi hanno dato prova dell’inutilità di tale procedimento, il quale non solo ha valore nullo ai fini della determinazione del risultato sull’uomo, ma addirittura fuorviante (cosa che è molto più interessante per coloro che lo praticano, potendo così immettere sul mercato sostanze ancora più dannose per l’uomo di quanto non sia emerso dalla prove compiute sugli animali!). Infatti, come ricordavamo, i risultati del test LD 50 dipendono da età, sesso, specie utilizzata (addirittura i risultati cambiano utilizzando diversi ceppi della stessa specie), dieta, stato di salute, stabulazione e temperatura ambientale e sono perciò facilmente “modellabili” a seconda delle esigenze.
Purtroppo, nonostante l’eresia scientifica, gli esperimenti sugli animali rappresentano un facile sistema per fare carriera, attraverso resoconti e pubblicazioni di esperimenti che nei concorsi vengono notevolmente valutati, permettendo ai ricercatori di avvalersi dei sussidi finanziari (denaro pubblico) messi a disposizione dai vari Consigli Nazionali di Ricerca.
Silvia Caldironi

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